mercoledì 3 dicembre 2014

La chiesa di S. Maria in Teodote a Toccalmatto

F. Lucchi detto Scartocino (B.S.D. 1585-1630c.).
"S. Margherita e S. Lucia in carcere", 1619,
Toccalmatto, Chiesa Parrocchiale.

All'inizio del secondo Millennio, una cintura di chiese e conventi contorna l’abitato di Borgo san Donnino. 
Come baluardi spirituali a protezione delle mura, nella parte orientale della città stavano le monache benedettine di san Giovanni, a mezzogiorno verso la collina, i benedettini di San Pietro, a occidente, la chiesa di san Donnino e a settentrione, circa all’altezza dell’attuale piazza Pezzana, la chiesa e il convento delle monache di Santa Maria in Teodote. 
Scomparso alla fine del XVI secolo senza lasciare tracce architettoniche, quest’ultimo antichissimo insediamento religioso costituiva una filiazione dell’omonimo famoso monastero di Pavia, fondato tra il 679 e il 700, durante il regno del re longobardo Cuniperto e dedicato alla Vergine, mentre il nome con cui è noto risale probabilmente alla prima badessa Teodota o Teodote, di stirpe regale: tra i ricchi privilegi e i notevoli possedimenti di cui era stato dotato, soprattutto nel periodo in cui l’antica Ticinum fu capitale del regno d’Italia, il più consistente era ubicato proprio nel nostro territorio, essendo costituito da un vastissimo fondo di oltre seicento ettari, distribuiti lungo il Rovacchia, a nord di Fidenza, nei territori di Toccalmatto e Lodispago.
Alla necessità di amministrare direttamente le loro terre ricche di boschi, fattorie, mulini, campi coltivati, vigneti, frutteti, canali e pascoli, si può forse far risalire la venuta a Fidenza delle monache di Pavia, probabilmente all’inizio del XI secolo, come ci suggeriscono le ricerche Umberto Primo Censi e Gianandrea Allegri (“Notte e alba d’una Cattedrale”, 2012), che non mancano di evidenziare il ruolo attivo svolto dalle intraprendenti badesse di Santa Maria in Teodote all’interno della comunità borghigiana. 
Insieme ai nomi delle monache figurano quelli dei sacerdoti che si sono succeduti nella ufficiatura della chiesa e nella cura d’anime, mentre l’esistenza di un cimitero annesso alla chiesa, cui accenna un documento del 1135, trova conferma in alcuni ritrovamenti fortuiti avvenuti nei primi anni Sessanta nell’area dell’attuale condominio Astoria.
Sul finire del Cinquecento, dopo l’abbandono delle monache benedettine, l’antico complesso architettonico, detto anche Santa Maria della Rocca per la vicinanza con il castello di Borgo, lascia intravedere i primi segni del declino, ma è ancora idoneo ad accogliere una nuova famiglia religiosa. 
Tra le sue vecchie mura troverà infatti ospitalità nel 1585 la prima comunità dei Frati Cappuccini di Borgo San Donnino. 
Disturbati dagli schiamazzi delle milizie che abitavano in Rocca, i religiosi francescani si trasferiranno pochi anni dopo nel nuovo convento costruito presso le nuove mura farnesiane, nell'area dell’attuale Parco delle Rimembranze, dove resteranno fino al tempo delle soppressioni napoleoniche. 
La loro dipartita da Santa Maria della Rocca determinò in breve tempo la rapida scomparsa dell’ormai fatiscente complesso medioevale.


Complesso della chiesa parrocchiale di Toccalmatto

Nella vicina frazione Toccalmatto, dove probabilmente avevano sede le principali strutture agricole e amministrative, il ricordo delle monache benedettine di Santa Maria in Teodote resta legato essenzialmente alla chiesa parrocchiale da loro stesse fondata e alla doppia dedicazione alle veneratissime sante vergini e martiri, Margherita e Lucia.
Dipendente in origine dalla Pieve di San Donnino e poi alla Diocesi di Borgo, la chiesa venne ceduta, come noto, alla Diocesi di Parma nel 1950, in cambio dell’ex chiesa abbaziale di Castione dei Marchesi, rimasta fino allora come una piccola enclave parmense all'interno del territorio diocesano fidentino.

Allo stretto legame che grazie alle monache pavesi si era stabilito tra Fidenza e la vicina Toccalmatto (un toponimo di chiara origine longobarda) rimanda di riflesso anche la bella pala sovrastante l'altare maggiore. 
Secondo Beatrice Rebecchi, il dipinto, che celebra l’antica dedicazione della chiesa, è attribuibile alla mano di uno dei più importanti artisti del Seicento fidentino, Francesco Lucchi, il cui stile tardo manierista è evidenziato anche dal notevole vigore plastico dei panneggi, mentre il biglietto, come abbandonato sul pavimento della prigione dove sono rinchiuse le due giovani sante, reca la data 1619 e una scritta che si riferisce esclusivamente alla committenza.
Guardando al soggetto, notiamo, a sinistra, la figura di Margherita rischiarata dalla fioca luce che filtra dalla spessa grata della finestrella del carcere. Ai piedi della Santa, è rappresentato il demonio, che le era parso durante la prigionia nelle sembianze di un drago spaventoso. La bellissima Margherita, o Marina, era stata incarcerata dal perfido procuratore romano di Antiochia che voleva costringerla ad abiurare alla fede in Cristo e a cedere alle sue voglie peccaminose. La storia, come ci è raccontata dalla Leggenda Aurea, è ricca di colpi di scena e di arcane simbologie, che ritornano soprattutto nella nota versione del martirio di Santa Margherita scolpite nella lastra marmorea della Pieve romanica di Fornovo. Sull’altro lato della scena, anche Lucia, rappresentata in contemplazione della luce celeste, sembra incarnare perfettamente la spiritualità e gli ideali religiosi di una piccola ma operosa comunità femminile di stampo benedettino, presente a Fidenza per oltre cinque secoli ma oggi quasi del tutto dimenticata.
Guglielmo (Mino) Ponzi
Dal settimanale diocesano "il Risveglio" del 5 dicembre 2014

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