giovedì 15 ottobre 2015

Cabriolo non cessa mai di stupire

Particolare della crocefissione San Giovanni Evangelista
Da sempre oggetto di attenzione da parte di studiosi, ricercatori, studenti e semplici appassionati, l’antica chiesa di Cabriolo non cessa mai di stupire. Ci riferiamo in particolare al restauro in corso degli affreschi tardogotici che ornano la parete di sinistra, raffiguranti la Crocefissione, vari santi e una rarissima immagine della Santissima Trinità ispirata dal racconto biblico della visita dei tre messaggeri celesti ad Abramo.

Dai primi saggi di pulitura, eseguiti dalla restauratrice Francesca Ghizzoni con la direzione scientifica di Mariangela Giusto della Soprintendenza ai Beni Artistici di Parma, emerge, infatti, una qualità pittorica più alta di quanto si potesse immaginare, uno stile caratterizzato da morbidi effetti chiaroscurali e da un delicato, quasi calligrafico, tratteggio che conferisce espressività ai volti ed esalta la gestualità dei personaggi.
Particolare della crocefissione
Osservando più attentamente gli affreschi, di datazione ancora incerta tra la fine del Tre e l’inizio del Quattrocento, si possono notare poi alcuni indizi interessanti: sottigliezze formali e particolari fisiognomici che farebbero pensare a una certa vicinanza con la santa Lucia firmata da Bartolino da Piacenza, nel quarto nicchione del Battistero di Parma, ovetroviamo la stessa impostazione larga e tondeggiante che a Cabriolo caratterizza i volti dei tre angeli di Abramo, la stessa acconciatura, il fine contorno degli occhi a mandorla, il naso sottile, la bocca serrata, con il labbro inferiore appena pronunciato, l’ampia scollatura, le lunghe dita affusolate, per non dire delle lumeggiature bianche, che danno profondità ai volti.
Ma purtroppo, oltre al dipinto del Battistero di Parma, databile 1360 circa, non si conoscono altre opere certe di Bartolinus de Placentia, pittore “per niente trascurabile”, che evoca Tomaso da Modena (M. Ferretti).

San Michele arcangelo
pesatura delle anime
La collocazione del ciclo di Cabriolo nell’ambito emiliano – piacentino è comunque abbastanza verosimile, come sembrano suggerire la resa schematica dell’anatomia del corpo esanime di Cristo, caratterizzato dall’addome rigonfio e dalle braccia sottili e allungate sulla croce, ma anche le pieghe del perizoma, molto simili a quelle che compaiono in un analogo dipinto dell’Abbazia di Pomposa già attribuito al bolognese Andrea de Bruni; altri elementi interessanti, oltre alla decorazione geometrica che sta emergendo dal fondo scuro dei dipinti, sono le frange svolazzanti che spuntano dalla veste di san Michele arcangelo, come in un affresco della seconda metà del Trecento conservato presso la Pinacoteca di Parma, e infine l’ andamento tortuoso del lungo cartiglio, che avvolge la slanciata figura di san Giovanni Battista dalla chioma raggiata.
Probabilmente, l’autore dei dipinti va cercato nella cerchia dei collaboratori o epigoni piacentini di Jacopino e Bartolomeo da Reggio, cui la critica concordemente assegna lo stupendo ciclo di San Giorgio, oggi del Museo del Duomo ma proveniente, come noto, dall’omonimo oratorio fidentino di via Milani. 
Come ricorda Daniele Benati in un saggio recentemente pubblicato nel fortunato libro “L’artista girovago” (2012), i due artisti reggiani risultano attivi nella seconda metà del Trecento lungo l’asse dell’Emilia occidentale, a Reggio , Modena, Parma, Fidenza e infine a Piacenza, città nella quale si sarebbero poi definitivamente stabiliti, intrecciando stabili rapporti di lavoro con i pittori locali, fino a dare origine a una propria “scuola” o bottega d’arte. Iacopino in particolare, come appare dai documenti, si sarebbe imparentato con una nota famiglia di pittori operanti per più generazioni a Piacenza.

Ma le sorprese di Cabriolo non finiscono qui. Le complesse operazioni di pulitura e restauro condotte in questi giorni offrono informazioni importanti anche per quanto riguarda l’iconografia. 

Partiamo dall’ultima figura a destra, purtroppo andata in gran parte perduta. Come si può vedere, l’ignoto personaggio aureolato, è contraddistinto dalla chierica, dall’abito religioso e dalla palma che lo qualifica chiaramente come martire.
Il colore del saio, che oggi, appare grigio scuro ma, che forse era in origine nero, lo scapolare e la cocolla fanno pensare più che a un francescano, com’è stato ipotizzato (A.Aimi, 2003 ) a un monaco benedettino: forse si tratta di San Placido martire, che assieme a San Mauro è uno dei più noti discepoli di San Benedetto. Il volto tondeggiante e l’incarnato roseo ricordano la sua giovane età, quando, come racconta una Passio dell’XI sec., subì il martirio per mano dei corsari moreschi a Messina nell’anno 541. 
San Placido martire 
Entrato a Montecassino poco più che fanciullo per essere affidato alla guida dell’abate Benedetto, san Placido è il patrono dei novizi benedettini. La devozione a un santo benedettino sarebbe del tutto coerente con la storia templare e poi giovannita di Cabriolo ma è anche collegabile alla presenza in Borgo e nelle sue vicinanze di importanti insediamenti dei monaci neri.
Ricordiamo in particolare il distrutto monastero delle benedettine di San Giovanni, che sorgeva tra piazza Verdi e Piazza Pontida, la chiesa e il convento dei benedettini di San Pietro Apostolo, dipendenti dal monastero di San Giovanni Evangelista di Parma, e la grande abbazia pallavicina di Castione Marchesi. Un’ultima osservazione su san Placido: il ritrovamento di questa antica e pertanto rarissima immagine del martire benedettino verrebbe a coincidere con il 1500 anniversario della sua nascita che si celebra proprio in questi giorni a Messina.
Altri curiosi elementi iconografici sono emersi grazie al recupero di un piccolo frammento quasi al centro della fascia dipinta, fatta oggetto in passato di una fitta picchiettatura che ha risparmiato solo la figura di Cristo. In questo brandello di pittura sono chiaramente riconoscibili parti di un bastone, forse un pastorale, un grazioso campanellino pendente da una catenella e un libro chiuso dalla legatura rossa. 
Si tratta con ogni evidenza degli attributi tipici di Sant’Antonio Abate, la cui identificazione sembra confermata da tracce di nero e giallo attribuibili al mantello del santo vegliardo. Da notare poi il motivo bianco e verde di un’incorniciatura, che rivela l’intento del pittore di dare risalto all’immagine del santo, forse assiso in cattedra in veste di abate-vescovo.
Il patriarca del monachesimo cristiano sarebbe stato dunque raffigurato due volte all’interno della chiesa e nello stesso ciclo pittorico: con il bastone a gruccia, il maialino, la lunga barba bianca, come lo vediamo a fianco del patrono dei Cavalieri Gerosolimitani, San Giovanni Battista, e poi, come abbiamo ipotizzato, seduto in cattedra con il pastorale e la mitrau. 
Forse questa seconda immagine fungeva da piccola pala per un altare laterale a lui dedicato; oppure, era in relazione a un personaggio importante sepolto in quel punto della chiesa, come lascerebbero intendere alcune lettere della scritta dedicatoria in caratteri gotici, riemerse in alto sul bianco dell’incorniciatura. 
A sant’Antonio abate, uno dei santi più venerati nel medioevo, erano particolarmente devoti i Cavalieri di San Giovanni presenti a Cabriolo già nel 1331. Sappiamo inoltre che nel 1147 era stata affidata ad essi la chiesa di sant’Antonio Abate, tuttora esistente nella periferia occidentale di Fidenza (A. Aimi, “Storia di Fidenza”, 2003).
San Pietro, san Giovanni e san Giacomo 
Nessun dubbio invece sull’identità del santo rappresentato in vesti di pellegrino, la cui immagine, rimasta per fortuna quasi integra e leggibile, segue quella di sant’Antonio abate; il libro del vangelo e il bastone del viandante sono, infatti, gli attributi essenziali di san Giacomo il maggiore, come testimoniano infiniti esempi, tra cui un affresco nel quarto nicchione del Battistero, attribuito a un ignoto bolognese e quasi coevo ai nostri dipinti. 
La rappresentazione iconografica di san Giacomo, che talvolta si arricchisce del cappello a falda larga, della borraccia e della conchiglia, lo qualifica come l’apostolo itinerante, dedito all'annuncio della “buona notizia”, ma anche, com’è stato autorevolmente riconosciuto, emblema stesso del “pellegrinaggio della vita cristiana” (Benedetto XVI, 2006).

Alcuni curiosi inediti dettagli iconografici sono venuti alla luce proprio in questi giorni, è possibile risalire ad un altro santo anticamente venerato a Cabriolo. 
Si tratta di San Lazzaro il lebbroso, cui rimandano chiaramente la campanella e le piaghe, riconoscibili nel piccolo frammento superstite tra le due principali zone affrescate. Nell’iconografia medievale, questi attributi (cui a volte si aggiunge un cagnolino ) ricordano la triste condizione di emarginazione dei malati di lebbra, costretti a vagare per le campagne agitando una campanella per segnalare la loro presenza.
San Lazzaro il lebbroso, talvolta confuso con l’amico di Gesù Lazzaro di Betania, è il personaggio della parabola del ricco Epulone e del povero mendicante lebbroso. Nei secoli del Medioevo si è instaurata nei suoi confronti una devozione come se il personaggio fosse realmente esistito.
La sua immagine nella chiesa templare è indubbiamente legata al suo patronato contro la lebbra, malattia che conobbe massima diffusione nel secoli XII –XIII in coincidenza con le crociate. Da ricordare inoltre i cavalieri di San Lazzaro o Lazzariti, un ordine ospedaliero - cavalleresco impegnato in difesa della Terrasanta a fianco di Templari e Giovanniti, ma anche, e in modo particolare, nell’assistenza dei cavalieri crociati contagiati dal terribile morbo. Da segnalare infine l’esistenza dell’omonimo oratorio con annesso ospedale e lazzaretto, eretto a Borgo nel 1126 come priorato dipendente dal monastero parmense.

Gazzetta di Parma - 15 10 2015 - Cabriolo

Proseguono intanto i lavori di risanamento architettonico, intrapresi dal parroco don Mareck su progetto dall’architetto Conforti e dall’ingegnere Rossana Bertozzi. Alle operazioni di consolidamento statico, rese necessarie dalla natura argillosa del terreno ma anche dalle ultime scosse telluriche, si sono aggiunte opere di vero e proprio recupero archeologico, come lo scavo e la sistemazione di alcune sepolture venute alla luce nel sagrato e lungo il perimetro esterno della chiesa. Tra queste antiche sepolture, vi è molto probabilmente, la tomba del commendatore gerosolimitano Carlo Landi, che nel 1668 provvide a dotare la chiesa del fonte battesimale in pietra, tuttora esistente. 

Di notevole interesse è anche il ritrovamento dell’antica, forse quattrocentesca, pavimentazione in cotto, fortunatamente ancora in gran parte agibile. Il suo ripristino contribuirà a rendere ancor più attraente e affascinante l’interno del piccolo tempio romanico dedicato, come noto, all’arcivescovo martire San Tommaso Beckett. 
La tradizione vuole che l’arcivescovo di Canterbury e primate d’Inghilterra perseguitato da Enrico II sia stato accolto e ospitato dai Templari di Cabriolo, due anni prima del martirio avvenuto presso l’altare della sua cattedrale, il 29 dicembre 1170 per mano dei potenti baroni inglesi.

Nell’ambito di una ricerca svolta negli anni Novanta, dedicata alle vicende degli insediamenti templari e giovanniti in Emilia-Romagna, Cova ha esaminato con attenzione una notevole mole di documenti riguardanti Cabriolo. Lo studioso ha inoltre analizzato scrupolosamente le strutture architettoniche della piccola chiesa dedicata a San Tommaso . Le conclusioni della sua ricerca sono estremamente interessanti in quanto ci pernettono di risalire alla primitiva forma architettonica della chiesa, agli antichi arredi altari quadri suppelletili sacre e le principali forme di devozione accanto a quelle del santo del titolare.
Guglielmo (Mino) Ponzi

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