giovedì 17 aprile 2014

Salsomaggiore, l’Ultima Cena nella chiesa dedicata a S. Bartolomeo di Guglielmo Ponzi


Salsomaggiore, l’Ultima Cena nella chiesa dedicata
a S. Bartolomeo 
Il riferimento artistico è al primo quarto del sec. XVII, in particolare all’ambito borghigiano di F. e G. Lucchi

All'interno della chiesa di San Bartolomeo, una delle ultime testimonianze farnesiane ancora esistenti a Salsomaggiore, è possibile ammirare un dipinto tipicamente pasquale: l’Ultima Cena collocata sulla parete di fondo del presbiterio. Un’ opera di sicuro interesse iconografico, che rimanda all'originaria vocazione eucaristica dell’ edificio, fondato nel 1568 dalla Confraternita ducale del SS. Sacramento.
Riferibile al primo quarto del secolo XVII, e in particolare all’ambito borghigiano di Francesco e Giulio Cesare Lucchi (cfr.: Guida artistica del Parmense) , l’antica tela si caratterizza per la prospettiva scorciata che conferisce alla sala del Cenacolo un aspetto elegante ed addirittura lussuoso, secondo la descrizione che ne danno gli evangelisti Marco e Luca. 

Ma questa suggestiva ricostruzione scenografica, che si distacca dal tradizionale schema frontale e ricorda vagamente l’Ultima Cena di Simon Vouet a Loreto (1629-30), è derivata in realtà da una incisione del fiammingo Jan Collaert (Anversa 1551-c1620), che traduce su rame un disegno di Giovanni Stradano ( Jean der Straeten, Bruges 1523-Firenze 1605), noto soprattutto per l’intrigante “Laboratorio dell’alchimista” dipinto per lo Studiolo di Francesco I de’ Medici in Palazzo Vecchio. 
Quanto al foglio firmato da Jan Collaert, esso fa parte di una serie di immagini sacre, edite sotto il titolo di “Passio, Mors et Resurrectio Domini nostri Jesu Christe”, da Philip Galle (1537-1612), tra il 1584 e il 1587: lo abbiamo rintracciato nelle collezioni grafiche del British Museum.
Come si può vedere dal confronto, l’immagine dipinta rivela lo stesso impianto compositivo, differenziandosi solo per alcuni dettagli: la semplificazione dell’architettura dello sfondo, la drastica eliminazione del grande lampadario con gli sbuffi di fumo e la strana presenza dell’ uccello dalla lunga coda (un pavone, una gazza?) appollaiato sulla sbarra. 
Altri piccoli cambiamenti riguardano le figure degli apostoli, in particolare quella di Giuda Iscariota seduto sulla destra e colto nell'atto di intingere il pane nel piatto. 
Se nella stampa di Collaert il ruolo negativo dell’apostolo traditore viene evidenziato dalla presenza di un diavolo mostruoso, nel quadro di Salsomaggiore, esso è affidato essenzialmente all'espressione maligna del volto barbuto e soprattutto alla borsa dei denari legata alla cintura.
Dominante in entrambe le versioni, cartacea e dipinta, rimane ovviamente la figura centrale di Gesù, seduto a mensa con l’apostolo Giovanni appoggiato al petto. 
Con gesto solenne egli mostra il pane spezzato, a forma di ostia, proprio come fa il sacerdote nel momento centrale della celebrazione eucaristica, quando alza l’ostia consacrata, ripetendo le stesse parole pronunciate dal Signore “Prendete e mangiate: questo è il mio corpo….”
E’ evidente l’intenzione del pittore e dei suoi committenti di rappresentare l’Ultima Cena come la prima delle messe, una scelta iconografica in piena sintonia con il rinnovato spirito religioso emerso dal Concilio di Trento. 
Mentre nei vangeli di Matteo e Marco leggiamo che la denuncia del tradimento di Giuda avvenne prima dell’istituzione dell’Eucarestia, Luca invece colloca l’episodio subito dopo : “Poi prese il pane, rese grazie, e lo spezzò, e lo diede loro dicendo “Questo è il mio corpo che è dato per voi: fate questo in memoria di me”. 
E dopo aver cenato fece lo stesso con il calice dicendo “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue che è versato per voi. Ma ecco, la mano di colui che mi tradisce è con me sulla tavola. Il Figlio dell’uomo se ne va secondo quanto è stabilito, ma guai a quell’uomo dal quale egli viene tradito! “ Allora essi cominciarono a domandarsi l’un con l’altro chi di loro avrebbe fatto questo” (Luca 22, 19-23). 
All’istante esatto che segue l’annuncio del tradimento si riferisce chiaramente la coeva e stilisticamente affine Ultima Cena della vicina parrocchiale di Tabiano Castello, anch'essa dipinta per iniziativa di una confraternita intitolata al Ss. Sacramento. “Confraternitatis SS. Sacramenti expensis 1636”. 
Si legge infatti, sia pur con qualche difficoltà, nel cartiglio in primo piano sul pavimento del cenacolo, forse in riferimento al patrocinio della omonima confraternita della Cattedrale, che due decenni prima aveva inaugurato in Duomo l’importante Ultima Cena tradizionalmente attribuita a Francesco Lucchi. 
Documentata da Soresina (Enc. Catt. Dioc., vol. III, p.1175), la piccola pala di Tabiano, le cui disinvolte figure ricordano quelle del ciclo di Santa Caterina affrescato da Giulio Cesare Lucchi (1584-?) nel 1612 nella chiesa di Parola, si distingue per la prospettiva più accentuata, che dilata ulteriormente lo spazio della sala del Cenacolo permettendo al pittore di soffermarsi sull'effetto che le parole di Gesù provocano sugli apostoli. 
Tutto è imperniato sul dialogo diretto tra Gesù e l’apostolo traditore che si appresta a lasciare il Cenacolo mentre in primo piano, posati sul pavimento della sala, la brocca e il catino ricordano, come nella Cena di Salsomaggiore, l’avvenuta lavanda dei piedi.
Mino Ponzi

Pubblicato oggi da "il Risveglio", settimanale della Diocesi di Fidenza


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