martedì 15 gennaio 2013

Giovanni Battista Tagliasacchi

Eraclio portacroce - disegno del XVIII secolo attribuito a G. B. Tagliasacchi
Biblioteca Ambrosiana (Milano)
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Questa composizione (vedi foto in basso), sapientemnte delineata a penna e acquerello, rappresenta una vera e propria primizia pasquale. Si tratta infatti di un disegno inedito di Giovan Battista Tagliasacchi (Borgo San Donnino 1969-Castelbosco Piacentino 1737), destinato a integrare significativamente il corpus grafico del "nostro" pittore, finora limitato a pochi studi parziali di carattere anatomico. Il foglio, che appartiene alla raccolta della Biblioteca Ambrosiana di Milano dove è stato puntualmente inventariato dal pro! R.R. Coleman, ci offre un 'immagine complessa, di ampio respiro, certamente il bozzetto per una pala d'altare. Di questa originale "invenzione" non esiste memoria alcuna e neppure si conoscono nei repertori del Tagliasacchi opere in qualche modo ad essa collegabili come soggetto.

La qualità del disegno e la firma apposta nel margine inferiore (C.B. Tagliasacchi fidentino) non lasciano tuttavia adito a dubbi. Soprattutto nel tratto essenziale, nell'intelligente lumeggiatura e nel coinvolgente intreccio di figure che animano la scena introdotta da una sobria architettura classicheggiante, trova conferma la forte personalità dell'artista fidentino. All' indubbia capacità inventiva si associa infatti una straordinaria disinvoltura, degna di un grande artista. Nonostante sia vissuto solo quarantun anni, Tagliasacchi "per brio di colore e per movimento di disegno" può infatti considerarsi, come scrive il Ricci, "l'artista migliore di scuola parmense che fiorisse nel primo terzo del sec. XVI/l".
Quanto all'iconografia, l'insolita rappresentazione ci mostra un misterioso personaggio avanti in età procedere tra la folla reggendo una croce, mentre con la mano sinistra porge un pane a una donna. Tra la folla, che si assiepa attorno a lui, altre figure sono colte nell'atto di sfamarsi con il pane: in particolare, il bambino in primo piano e una donna che sta alle spalle dell'ignoto personaggio. Sul lato sinistro, la figura virile che stende la mano ha tutte le caratteristiche di un giovane pellegrino, mentre resta problematica l'identificazione dell'uomo chinato accanto al cesto con i pani.
Il vecchio, che procede con la croce sulle spalle, guarda verso l'alto dove, accanto a un angelo a tutta figura, compare tra il chiarore delle nubi la Madonna con il Bambino. Egli è scalzo e indossa una corta veste, stretta ai fianchi da una cintura. Si potrebbe pensare di primo acchito a un eremita o a un penitente, ma un particolare del sobrio abbigliamento rivela la diversa natura dell'abito e quindi la sua condizione. L'ampia scollatura e un accenno all'allacciatura rimandano infatti ad un indumento decisamente più curato per cui il personaggio si è evidentemente svestito dei suoi abiti. Tenendo conto anche dell'ambientazione, non è da escludere che il pittore abbia voluto rievocare l'episodio di Eraclio che riporta la croce di Cristo a Gerusalemme, con l'imperatore bizantino che, ammonito dall'angelo, dopo aver gettato la corona e gl abiti, procede umilmente vestito solo della propria camicia. Della vicenda narrata dalla "Legenda Aurea" di lacopo da Varagine si conoscono varie versioni. Allo stesso modo il soggetto decisamente inconsueto è sviluppato in maniera diversa: così Piero della Francesca ad Arezzo, lacopo Palma il Giovane a Venezia e lo Scarsellino a Ferrara. Del tutto inedito appare invece il particolare della distribuzione del pane, che forse allude alla liberazione di Gerusalemme dalla tirannia dei Persiani, ma non può non sfuggire un possibile legame di natura teologica tra la croce di Cristo e il simbolo del pane. Un dato sicuro è comunque rappresentato dal fatto che l'episodio illustrato nel disegno appare sostanzialmente coerente con i testi letterari che hanno ispirato l'iconografia della Santa Croce.
A questa antichissima devozione la Chiesa dedica tuttora nel corso dell'anno liturgico due distinte celebrazioni: l'Invenzione, cioè il ritrovamento della croce da parte dell'imperatrice Elena, il3 maggio e l'Esaltazione il 14 settembre, in ricordo del trionfo del pio imperatore Eraclio che nel 630 riportò a Gerusalemme la croce di Cristo, sottratta undici anni prima al re persiano Cosroe. Narra la leggenda che, mentre Eraclio si apprestava ad entrare trionfalmente in Gerusalemme portando la sacra reliquia, accadde un prodigio: la porta di accesso si chiuse davanti all'imperatore e un angelo gli impose di umiliarsi. Solo quando l'imperatore, sceso da cavallo, si levò gli abiti regali, caricandosi sulle spalle la croce, la porta della Città santa si aprì ed Eraclio, assunto veste e atteggiamento penitenziale, entrò in città a piedi.
Sull' origine del disegno, e quindi sulla sua possibile datazione, si può avanzare l'ipotesi di un incarico assegnato al Tagliasacchi dagli agostiniani di Milano per i quali il pittore aveva lavorato negli ultimi tempi della sua breve esistenza. Un quadro, rimasto nel suo studio nel 1737 al momento della sua scomparsa, rivela infatti l'interesse di questi religiosi al tema della Croce: esemplare l'immagine della Vergine che addita il Crocifisso a s. Agostino. Da notare inoltre che il profilo affilato di Agostino coincide perfettamente con quello del presunto Eraclio.
Non va infine dimenticata l'antica tradizione fidentina di celebrare con particolare solennità le ricorrenze liturgiche del 3 maggio e del 14 settembre. In una Cattedrale sfarzosamente addobbata e gremita di popolo, veniva esposta l'insigne reliquia costituita da un frammento della croce, che da tempo immemorabile appartiene alla nostra chiesa e che è custodita in un reliquiario d'argento. Probabilmente il prezioso legno fu donato alla chiesa di san Donnino in seguito alla quarta crociata, nel corso della quale si distinse per valore e temerarietà un esponente della famiglia dei conti Baffoli, membri della più tipica aristocrazia borghigiana.

Guglielmo Ponzi            (Dal settimanale diocesano  il Risveglio)


Giovanni Battista Tagliasacchi
Borgo san Donnino, 26 agosto 1696 – Campremoldo Sopra, 3 dicembre 1737

A quindici anni è a Parma , allievo di Giacomo Giovannini e quindi si sposta Bologna dove, con il maestro Giuseppe Dal Sole, studia le opere del Correggio e del Parmigianino
Attratto dal manierismo incorpora nelle sue opere significati alchemici. Nel 1721, sollecitato dal duca Francesco Farnese, è a Roma.
Sposta il suo laboratorio a Piacenza dopo aver donato i suoi quadri al convento dei frati cappuccini di Borgo San Donnino. Alcuni suoi dipinti sono conservati nell'oratorio di San Giuseppe a Cortemaggiore.
I suoi grandi committenti sono Enrichetta d'Este e la contessa Sanvitale.
Muore il 3 dicembre 1737 nel borgo di Campremoldo Sopra, nel piacentino in modo misterioso forse vittima di omicidio o dei suoi esperimenti alchemici. 

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