giovedì 13 dicembre 2012

Antonio Bresciani (1720-1817) a Borgo San Donnino


Le fonti non aiutano a sgombrare i dubbi sull'identità dell'ascetico personaggio effigiato in un ovale settecentesco, appartenente insieme ad altri preziosi dipinti (tra cui una splendida adorazione dei Magi di fine Cinq uecento) alla chiesa parrocchiale di s. Maria Annunziata. Il beato è rappresentato nel momento dell'estasi col volto pallido e trasognato. Sulla sua veste nera di religioso spicca per contrasto una ruvida bisaccia portata a tracolla. Mentre, in primo piano, un putto o angioletto, dai delicati lineamenti correggeschi, guarda fuori dal quadro e mostra sorridente una pagnotta (in passato scambiata addirittura per un teschio), che si presume appena ricevuta dalle mani del santo. Il ritratto, appassionato e ideale, vuole evidenziare la dolcezza dell'abbandono mistico a Dio e al tempo stesso celebrare la carità praticata in vita dal santo. Resta però da chiarire il significato della terza figura, forse una donna, che si intravede a malapena sulla sinistra, in basso.
Con il dito puntato verso il cielo, essa sembra indicare la luce divina e un rigoglioso ramo di fico, dalle inconfondibili foglie accartocciate e i frutti globosi. E' proprio questo insolito, curioso attributo allegorico a metterei finalmente sulla strada del definitivo riconoscimento del nostro misterioso personaggio, finora confuso dalle guide (G.Godi- G.Cirillo, 1984) con un assai improbabile S. Vincenzo de' Paoli oppure genericamente indicato come santo ignoto. Il ramo di fico, associato alla bisaccia e alla veste talare, può essere infatti considerato come l' emblema dell'umile frate Tommaso da Orvieto, il cui nome è iscritto nell'elenco dei numerosi santi e beati che nel corso dei secoli hanno onorato l'Ordine dei Servi di Maria.
I riscontri iconografici, a partire da un tondo affrescato da Luca Signorelli, sono espliciti e rimandano chiaramente alla vita costellata di episodi prodigiosi di questo devotissimo servo di Maria vissuto nel secolo XIV a Orvieto, dove tuttora si conservano le sue reliquie, oggetto di grande venerazione nella chiesa dedicata a Santa Maria dei Servi.
Dagli annali dell'Ordine apprendiamo che Tommaso, mosso da un ardente amore per
la Vergine, decise giovanissimo di consacrarsi alla Madre del Signore nell'Ordine fondato nel 1233 da settemercanti fiorentini. Accolto e come semplice converso, venne destinato alla raccolta delle elemosine, dedicandosi questo servizio e all' assistenza dei più poveri con straordinaria caritatevole abnegazione: "umile nel mendicare quanto gioioso nel donare", come recita il Proprio dell'Ufficio dei Servi di Maria. Le antiche cronache dell'Ordine riportano poi un singolare episodio che spiega il motivo iconografico dei fichi: in pieno inverno, durante la questua, il frate con la bisaccia incontrò una donna che si era sempre mostrata molto prodiga nel fare l'elemosina e che trovandosi incinta aveva un forte desiderio di mangiare dei fichi. Vista la stagione, la richiesta era irrealizzabile: ma Tommaso promise che il giorno dopo l'avrebbe accontentata. Dopo aver pregato, si recò nell'orto e con sua grande gioia trovò i sospirati frutti: erano tre, fra cinque foglie, esattamente come vediamo nel nostro dipinto. L'albero continuò a dare frutti di un sapore particolare e da allora il nostro Tommaso viene ricordato popolarmente come il frate "del fico".
Compì numerosi altri miracoli prima di morire nel 1343, già riconosciuto come santo dal popolo urbevetano. La sua beatificazione risale al 1768, per cui il dipinto dovrebbe essere di poco posteriore a questa data. Ne è autore, a nostro avviso, il piacentino Antonio Bresciani (1720-1817 come sembrano suggerire l'accentuazione patetica dell'espressione e l'alta qualità dell'immagine ma anche gli evidenti richiami al Correggio (Francesca Ghizzoni mi segnala inoltre una lettera "B" maiuscola delineata a penna sul retro del telaio). Quanto all'origine della tela si può solo ipotizzare la sua provenienza dallo scomparso convento dei Serviti di Borgo San Donnino, il cui patrimonio venne disperso in seguito alle soppressioni napoleoniche. Come ricorda il Laurini (1924), Serviti erano venuti ad abitare in Borgo sul finire del Settecento restandoci per solo quindici anni. All'antico convento, individuabile presso l'ex palazzo Gonzaga, non lontano dalla parrocchiale di Santa Maria, apparteneva probabilmente anche il bel quadro con la Vergine che consegna l'abito ai sette fondatori, ora presso la chiesa dei Frati Cappuccini.

Guglielmo Ponzi            (Dal settimanale diocesano  il Risveglio 26 febbraio 2010)

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