martedì 31 luglio 2012

G. B. Tagliasacchi: ritratto della nobildonna Lavinia Ferrarini Dodi


Questo ritratto di elevata finezza, apparso di recente sul mercato antiquariale di Brescia, merita una speciale attenzione. Si tratta infatti di un inedito autografo di Giovan Battista Tagliasacchi (Borgo San Donnino 1696-Castelbosco Piacentino 1737) come attestano chiaramente lo stile fluido ed elegante e la scritta sul retro del telaio che ri porta l'identità della giovane dama dai capelli cinerini : "Ritratto della signora Lavinia Ferrarini Dodi in età d'anni 25; fato dal signore Gio.Battista Tagliasacchi l'anno 1734". Al pittore borghigiano, tra i più rappresentativi del tardo barocco parmense e emiliano, rimandano anche l'impianto sicuro, la resa realistica dei lineamenti e una gestualità, formale ma del tutto plausibile, che sottolinea i tratti distintivi del carattere e la personalità di Lavinia, la sua aristocratica bellezza, abbigliata secondo i canoni della moda sontuosa del primo Settecento.


Ad es. l'acconciatura piatta e incipriata e i boccoli ricadenti sulle tempie, l'ampio abito di velluto arricchito da bordure in pelliccia e il corsetto guarnito di nastri e pizzi nell'ampia scollatura sul seno. Ma ciò che colpisce di più, in questo splendido ritratto tardo barocco è la tavolozza che scurisce in toni brumosi, dove prevale il marrone che assume varie tonalità per accompagnarsi ai blu, ai rosa e ai grigi che spuntano tra le pieghe sovrabbondanti del panneggio: una pittura densa e rarefatta, quasi monocroma, che ricorda quella dell'ammiratissimo sant' Andrea Avellino dipinto per la Cattedrale fidentina nel 1731. Tale impronta severa, che conferisce un certo fascino suadente e misterioso alla figura di Lavinia, la ritroviamo però anche nell 'unico ritratto femminile finora noto, quello di Enrichetta d'Este, dato per disperso da Enrico Scarabelli Zunti ma di recente identificato da Mariangela Giusto tra i quadri della collezione dell' Ordi ne Costantiniano di San Giorgio di Parma. Il dipinto, che risulta eseguito verso il 1737, fu molto apprezzato dalla munifica principessa che, come rammenta lo stesso Scarabelli Zunti, diede in dono all'autore uno sp1endente anello d'oro con zaffiro e sei diamanti, va1utato 90 doppie. Altri ritratti di sicura mano del Tag1iasacchi sono le quattro tele, di cui due firmate, che ripropongono l'austera figura di monsignor Gherardo Zandemaria, vescovo di Borgo San Donnina dal 1719 al 1731 e poi a Piacenza fino al 1737, ritenuto il primo protettore e mecenate dell'artista fidentino. Ad essi va aggiunto il ritratto di religioso, identificato da Raffaella Arisi con l'abate di San Sisto, che nel 1730 commissionò al Tagliasacchi la piccola pala raffigurante Cristo che appare alle sante Margherita e Gertrude, tuttora sull'altare dell'omonima chiesa piacentina. Sempre Scarabelli Zunti accenna all'esistenza di altri due anonimi "ritratti di mezza figura al naturale" in suo possesso, oggi difficilmente rintracciabili, così come sono da considerare dispersi un ritratto del marchese Barizola e i ritratti di monsignor Severino Missini, vescovo di Borgo dal 1732 (pagato "12 zecchini", forse scomparso nel 1944 tra le rovine del palazzo vescovile) e di padre Ambrogio Piantanida degli Agostiniani Scalzi di Milano ("preso dal vero", come precisano i documenti), che figurano tra le opere rimaste nello studio del pittore al momento della sua repentina scomparsa avvenuta, come è noto, a Castelbosco Piacentino nel dicembre del 1737. Del tutto ignoto alle fonti è invece, come si è detto, l'ovale dedicato a Lavinia Ferrarini Dodi, nobildonna appartenente con ogni probabilità al patriziato piacentino. La sua immagine, riemersa dall'oblio, rappresenta un'ulteriore, importante acquisizione destinata ad integrare il catalogo delle opere del pittore borghigiano, riproposto ultimamente da Erika Gubitta (2007). Il valore di questa tela, che apre nuovi spazi di ricerca anche per quanto riguarda la committenza, è ancor più apprezzabile se si considera l'assoluta prevalenza dei temi religiosi nel repertorio dell' artista borghigiano. Di Tagliasacchi non si conoscono infatti altre opere di soggetto profano, se si esclude la composizione allegorica, incisa nel 1732 dal tedesco Anton Fritz, per il frontespizio del volume celebrativo dedicato dalla comunità di Piacenza all 'Infante Don Carlos di Spagna che all'epoca si apprestava a prendere possesso del Ducato.
Guglielmo Ponzi
(Pubblicato sul settimanale diocesano  il Risveglio del 30 aprile 2010)

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