Ho incontrato Umberto
Primo Censi e Gianandrea Allegri ponendo loro alcune domande e
raccogliendo le loro risposte in merito al loro studio in via di
pubblicazione e che sarà presentato mercoledì 4 gennaio presso il Ridotto del Teatro G. Magnani di Fidenza. L'articolo del settimanale "Il Risveglio"
riporta nella forma dell'intervista questo colloquio che poi, per
comodità di lettura, ho trascritto più sotto in questa stessa
pagina.
Nel lasciarli ho posto la
domanda più provocatoria: come pensate venga accolta la vostra
proposta?
Allegri ha risposto in
modo dotto e nel contempo cauto con queste parole che rimando a
memoria:
“Habent sua fata
libelli” è la frase di Terenziano Mauro, un grammatico latino
del. III sec. d. C. Nel caso specifico l’ho adattata e interpretata
in questo modo: Tutti i libri (indipendentemente dal loro valore
intrinseco) sono, in tempi più o meno lunghi, destinati all’oblio,
quelli storici di solito invecchiano e muoiono prima.
Censi ha invece preferito
sbilanciarsi di più e ne è uscita questa risposta:
Premesso che ognuno da
quello che ha, se tu ti riferisci all’ambito storico una ricerca
può essere sostanzialmente valutata in base a tre parametri:
l’adeguatezza della coordinazione storiografica in funzione
all’oggetto, la correttezza nell’impiego del metodo
storico-critico e la serenità, che solo il distacco permette di
raggiungere. Siamo abbastanza tranquilli su tutti questi versanti.
Ovviamente non esistono antidoti che impediscano di commettere
errori e omissioni, lo studio e la cura li attenuano solo un poco;
occorre possedere l’umiltà e l’onestà intellettuale di metterli
in conto preventivamente e di ammetterli quando vengono rilevati da
altri.
Se invece ti riferisci ai
circoli fidentini alla domanda dovrebbe rispondere Mino, che conosce
meglio il clima culturale e politico. Nessuno ci ha commissionato il
lavoro e non abbiamo né chiesto, né avuto nulla, ci bastano le
parole di chi ha poi fatto in modo che il libro venisse pubblicato.
Comunque, quale che sia l’accoglienza, guardiamo avanti; volgendoci
indietro si può rimanere di sale, come la moglie di Lot.
Riferimenti
Il testo dell'intervista pubblicata sul settimanale "Il Risveglio" del 23 dicembre u.s.
Ponzi: Perché un lavoro
su Borgo a 4 mani?
Censi: Talora due teste
sono meglio di una perché si rischia meno, bisogna però essere
affiatati, flessibili, possedere non certo lo stesso background, ma
un substrato culturale compatibile e possibilmente complementare.
Allegri: La storia
medievale è una passione che condividevamo con Carlo Soliani, prima
che si ammalasse. Carlo aveva identificato il ceppo aristocratico di
Ugo Alamanno, signore di molti castelli e terre, che dominò il
territorio borghigiano per buona parte dell’XI secolo. La sua
proposta non è stata da tutti accolta e c’è ancora chi sostiene
che ad egemonizzarlo furono gli Obertenghi.
Ponzi: Il vostro lavoro
però riguarda la Chiesa non la feudalità.
Allegri: Sì, ma un tempo
Chiesa e istituzioni politiche, potere civile e autorità religiosa,
cultura e organizzazione socio-economica costituivano un mixing
indissolubile e più si retrocede nel tempo più diventa difficile
scinderli. Ora è diverso, ma sarebbe anacronistico proiettare sul
passato l’ombra del presente, volendo farli interagire è più
logico seguire il percorso inverso.
Censi: Sono d’accordo,
tuttavia l’identità culturale di Borgo è in gran parte cristiana
ed ecclesiastica. Gli storici che l’hanno individuata avevano sotto
gli occhi la Cattedrale e il nome di san Donnino nelle orecchie; il
titolo di città a Borgo fu riconosciuto da Clemente VIII con
l’elevazione a vescovato nel 1601, il tutto era stato preparato con
la trasformazione della Pieve in Collegiata più di 4 secoli prima.
Questi sono fatti; come è un fatto il “successo editoriale
strepitoso” delle “passioni” di san Donnino, favorito dalla
fortunata ubicazione viaria e dal transito dei pellegrini. Anche gli
storici di Borgo li hanno giustamente rimarcati, ma, e questo è il
dato un po’ curioso, non si sono serviti delle coordinate della
Storia della Chiesa per inquadrarli e interpretarli.
Ponzi:. Da dove siete
partiti?
Allegri: Siamo partiti da
quanto sapevamo, che non era poco, poiché i percorsi medievali della
pianura parmense li pratichiamo da più di 35 anni. Se ne cominciò a
discutere per caso, poi Umberto mi diceva che alcuni temi erano già
stati trattati da altri proponendo soluzioni non sempre concordi.
L’interesse lievitava man mano che trovavamo in quei dibattiti
spazi e argomenti per inserirci. Allora siamo risaliti alle fonti,
abbiamo letto e riletto i documenti, verificato le confini, insomma
dovevamo vederci ogni sera e non solo la sera.
Censi: Per lungo tempo
non abbiamo pensato alla pubblicazione, ma solo a divertirci. Spero
tuttavia che il lavoro sia accolto come serio, perché le discussioni
sullo schema, sulle letture, sulla schedatura dei contributi, le
approssimazioni successive, le correzioni di prospettiva sono durate
oltre tre anni. La pazienza della scrittura, l’apparato delle note
e gli inserti cartografici sono invece frutto di propensioni
individuali. Più a monte ci sono le convinzioni, ma noi abbiamo
seguito la regola aurea di separare i fatti dai desideri,
tralasciando “i giudizi di valore”. Le idee di Andrea sono
rigorosamente laiche e inossidabili, le mie meno, ma, a parte qualche
sorrisetto, l’accusa d’integralismo non me l’ha mai rivolta. Il
bello di questa storia è che, a parte le concezioni diverse,
sull’interpretazione dei fatti siamo giunti, nel 95% dei casi, alle
stesse conclusioni e questo, per il lettore, dovrebbe costituire una
garanzia.
Ponzi:. E dove siete
giunti?
Allegri: Siamo giunti a
concludere che l’antica storiografia locale ha tentato un po’
abusivamente d’associare Fidenza-Borgo S. Donnino a personaggi
celeberrimi: Costantino, Agilulfo, Teodolinda, s. Gregorio Magno,
Carlo Magno. Quei nomi altisonanti però distraggono valore più che
aggiungerne. Sarebbe stato più efficace e rispettoso dei documenti
accertare che il successo indiscusso di Borgo è dovuto ai
Borghigiano stessi per l’intraprendenza, la capacità di risorgere
e rialzarsi dopo distruzioni e rovesci. In breve: basta riconoscere
loro il titolo di self-made men. Estendendo la ricerca abbiamo anche
capito che, pur evidenziando singolarità, Borgo non costituisce un
unicum o un fenomeno incomparabile. Tra medioevo ed età moderna
altri centri nell’Italia settentrionale, con un passato che
presenta non poche analogie, vennero decorati prima da leggende, poi
con le insegne episcopali e il titolo di civitas. Risulta quindi
utile effettuare raffronti, per esempio con Casale Monferrato, Borgo
San Dalmazzo, Guastalla e Carpi.
Censi: Ci siamo anche
resi conto che alcuni storici hanno raffigurato Borgo San Donnino in
modo un po’ “urbano-centrico” cancellandone i connotati rurali
nell’alto medioevo e isolandolo dal contesto territoriale. Dai
documenti di quei secoli, definiti “bui”, affiora più
puntiforme la storia delle campagne. Il borghigiano rispecchia un
angolo di firmamento molto dinamico, trapunto di celle e corti,
castelli, villaggi e borgate, monasterioli, ospizi e chiese
circondati da grappoli di casupole e casolari sparsi, uniti da un
intreccio di viottoli che costituivano un tessuto connettivo
congiunto strettamente alle città. Anche lo “stato nascente”
della Cattedrale mostra l’incompletezza di quella interpretazione:
se le cattedrali medievali furono “figlie delle messi”, sono
stati anche i tanti uomini, di cui le carte riportano nomi e
provenienza, immigrati da terre vicine e lontane a espandere i
coltivi, sostenere la crescita del borghigiano e, in modo mediato,
anche il cantiere della Cattedrale.


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